francesco marmitta

Francesco Marmitta

Il gioielliere della pagina miniata 

La breve vita di Fran­ce­­s­co Marmitta, gio­­i­el­liere, pittore e miniatore, resta per la maggior parte avvolta nel mistero, a cominciare dalla data di nascita, ora fissata tra 1462 e 1466; i documenti testimoniano però la sua appartenenza a una famiglia della nobiltà cittadina di Parma, tra i cui membri si annoverano, oltre al padre Marco mercante di panni di lana, sacerdoti e professori di umane lettere e che appare legata a potenti famiglie come quella dei Centoni e dei Tagliaferri. Risulta particolarmente difficile ricostruire il processo educativo del giovane Francesco, a proposito del quale il Vasari attesta che “un tempo attese alla pittura poi si voltò allo intaglio, e fu grandissimo imitatore degli antichi. Di costui si vedde molte cose bellissime”; l’unica pittura che gli viene universal­mente riconosciuta, la Pala di San Quintino del Louvre, sembra però smentire questa affermazione, dato che è un’opera tarda, ove non si coglie alcuna eco di quella che doveva essere la cultura figurativa cittadina negli anni del suo apprendistato, da porsi nella seconda metà dell’ottavo decennio del secolo. Le botteghe attive a Parma in quegli anni, infatti, erano quelle di Jacopo Loschi e dei Mazzola, che continuavano a replicare con poche varianti i modelli narrativi tradizionali, ereditati dal gotico internazionale, aggiornandoli con qualche novità prospettica proveniente da Ferrara o da Padova. Altrettanto improbabile è un suo esordio nell’ambito della miniatura, attività ignorata dalle fonti antiche, ma oggi medium principale per la nostra conoscenza dell’artefice, grazie alla sopravvivenza di tre prestigiosi codici a lui universalmente riconosciuti, dopo la loro identificazione da parte di Paolo D’Ancona e Pietro Toesca: le Rime e i Trionfi del Petrarca della Landesbibliothek di Kassel (ms. iv poet. et roman. 6), il Messale di Domenico della Rovere, ora al Museo Civico di Torino, e l’Offiziolo Durazzo di Genova (Biblioteca Berio, ms. Arm. i); nei tardi anni Settanta infatti a Parma la produzione di manoscritti miniati si divide equamente fra lo scriptorium francescano osservante della Santis­sima Annunziata e la bottega dei Da Moyle, che opera anche per i benedettini e per la cattedrale, privilegiando nei frontespizi le iniziali e le cornici fogliacee a rigogliosi girali.

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