Miniatori

Mindful Hands: la miniatura a Venezia

 

Alla Fondazione Cini dal 17 settembre all’8 gennaio saranno esposte 133 opere tra i 236 pezzi della collezione acquisita dal conte Vittorio Cini tra il 1939 e il 1940 e poi donata alla Fondazione.

 

La mostra è a cura di Federica Toniolo docente di Storia della Miniatura all’Università degli Studi di Padova, Massimo Medica, direttore del Museo Civico Medievale di Bologna, e Alessandro Martoni, Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini, che hanno curato anche la catalogazione scientifica dell’intera raccolta.

La collezione di miniature di Vittorio Cini rappresenta una delle più importanti raccolte al mondo di questo genere, formata da pagine e iniziali miniate ritagliate, per lo più provenienti da libri liturgici (graduali e antifonari), paragonabile sia per tipologia che per qualità a collezioni come la Wildenstein custodita al Musée Marmottan di Parigi o quella di Robert Owen Lehman Senior, fino a pochi anni depositata al Metropolitan Museum di New York. La collezione Cini è rappresentativa delle principali scuole italiane di miniatura e raccoglie le creazioni di alcuni dei più importanti miniatori attivi tra XII e XVI secolo.

 

Per approfondimenti:

Nova Charta nel numero 39 di Alumina ha pubblicato un articolo di Fabio Luca Bossetto in cui tutta la collezione vi è descritta:

FOGLI IN LAGUNA

LE MINIATURE DELLA FONDAZIONE GIORGIO CINI

Eccezionale testimonianza di un momento di gusto e di cultura che tendeva a privilegiare l’immagine miniata rispetto alla complessa e molteplice articolazione del codice di appartenenza, i cuttings della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, benché isolati dal contesto originario, forniscono al mondo degli studi innumerevoli spunti di approfondimento formale e tecnico, liturgico e storico, collezionistico e documentario

 

Dal 17 settembre 2016 all’8 gennaio 2017,
la mostra sarà aperta tutti i giorni tranne il mercoledì
11.00 – 19.00
Biglietto intero: 12 €
Biglietti ridotti: 10 €, 7 €

 

Da Alumina 53: Ricordi di scuola

Nel numero 53 di Alumina è stato pubblicato un articolo dal titolo Ricordi di scuola. Il codice Sforza di Torino scritto a due mani da Maria Rosaria Manunta ex direttrice della Biblioteca Universitaria di Sassari e Giovanni Saccani attuale direttore della Biblioteca Reale di Torino.

L’articolo descrive due personaggi d’eccezione, l’umanista Francesco Filelfo e il giovane Ludovico Maria Sforza e un prezioso quadernetto, in cui nell’autunno del 1467 il futuro signore di Milano annota, sotto la guida del maestro, alcuni commenti su un celebre trattato di retorica. Nasce così un capolavoro della miniatura che oggi rivive grazie a una raffinata edizione in facsimile della casa editrice Nova Charta.

 

Certi che vi possa far piacere vedere in anteprima le immagini di questo splendido breve codice, pubblichiamo gratuitamente il pdf dell’articolo che potete scaricare qui 

 

 

 

Gli Angeli caduti del Codex Colombanus

Dopo avere portato a Firenze, tre anni fa, il ciclopico tomo del suo Codex Colombanus, attrazione principale della mostra Miniatura Viva allestita da Alumina e Nova Charta alla Biblioteca Riccardiana, Piero Colombani non ha cessato di annotare, con i consueti accenti della sua inesauribile vena fantastica e visionaria, il decorso quotidiano della sua vita d’artista, scandita da una perenne, insopprimibile volontà di dare forma e colore ai fantasmi del nostro tempo fissandone le impronte su un’opera in forma di Bibbia atlantica, davvero degna per impegno e dimensioni del Guinness dei primati. Anche tra le pagine più recenti di questo suo imponente opus majus, è dato così ritrovare il linguaggio inconfondibile della sua pittura a un tempo creaturale e metamorfica, espressionista e magmatica, intrisa di una vasta congerie di suggestioni letterarie e figurative che l’artista stesso non si cura di occultare ma si compiace quasi di ostentare dopo averne fagocitato vorace- mente i nutrimenti più essenziali.

Una pittura, quella del maestro di Sarzana, nutrita peraltro di una nativa, dirompente, quasi selvaggia volontà di sublimazione estetica cucita sul rovescio di una profonda, sofferta macerazione interiore. In Colombani, di fatto, a talune remote ascendenze riconducibili a Ensor e a Munch, si assomma la linea del simbolismo germanico e franco-belga di fine Ottocento, assimilata attraverso l’opera di Böcklin e di Khnopff e corroborata, quasi inconsapevolmente, dalla duplice svolta impressa poco dopo alla pittura, in area mitteleuro- pea, da un lato dalla nervosa sensibilità materica e gestuale del tardo impressionismo dei tedeschi Corinth e Liebermann, dall’altro dalla protesta antidecorativa attuata allo scoccare della finis Austriae, con non mi- nore virulenza cromatica, tematica e compositiva, dalla generazione post-secessionista di artisti come gli austriaci Egon Schiele, Oskar Kokoschka e Richard Gerstl.

A conferma, si noti come tra le pagine più pre- gnanti e dense di significato di questo Profeta del Nuovo Gotico si collochino non a caso quelle dedicate al tema dell’Angelo caduto: motivo di intensa, apocalittica drammaticità che contribuisce a fare del Codex Colombanus una sorta di Bibbia laica del nostro tempo.

 

La miniatura italiana al Getty Museum

Vi vorremmo segnalare un volume molto interessante per la miniatura italiana:

Illuminated Manuscripts in the J. Paul Getty Museum

Thomas Kren – Kurt Barstow, Italian Illuminated Manuscripts in the J. Paul Getty Museum (Second Edition), Getty Publications, Los Angeles, 2015.

Apprezzata da collezionisti e amatori di tutto il mondo per il peculiare connubio di qualità artistica e magistero tecnico, la miniatura italiana può vantare nel J. Paul Getty Museum di Los Angeles una delle sue raccolte di eccellenza, le cui ricche e articolate dotazioni consentono oggi di ricostruire al meglio, nelle sue varie declinazioni, stili, forme e caratteri in cui le varie scuole e tendenze della miniatura si sono manifestate in Italia tra Basso Medioevo e Rinascimento avanzato.

Merito di una politica di intelligenti acquisizioni che ha reso indilazionabile, dopo gli arrivi più recenti, una seconda edizione del prezioso manualetto di Thomas Kren e Kurt Barstow, impreziosito per l’occasione di un corposo apparato illustrativo che rende degnamente onore allo splendore dei capolavori del museo.

Opere già ben note come il Breviario di Montecassino, le bellissime Ore Gualenghi-d’Este e il Graduale miniato da Antonio da Monza per Santa Maria in Aracoeli. E opere ancora tutte da scoprire, come la Bibbia bolognese del XIII secolo (studiata di recente per ALUMINA 43 da Fabrizio Lollini) e i tre fogli del Laudario di Sant’Agnese, il più ambizioso progetto editoriale fiorentino della prima metà del XIV secolo.

Tra i nomi di spicco attivi sui fogli pergamenacei del Getty, artisti del calibro di Girolamo da Cremona, Pacino di Bonaguida e Pisanello, mentre al non meglio noto Maestro di Gerona, ancora tutto da studiare, si deve una delle più raffinate miniature della celebre collezione statunitense.

 

Buona Pasqua

Una meravigliosa miniatura appartenente al Salterio di Ingeborg del XIII secolo per augurarvi una Buona Pasqua

Salterio di Ingeborg - Musée Condé Chantilly

EN Alumina: Jean Poyer

Le immagini sono del New York Pierpont Morgan Library

 

Illuminators: DELICATELY POISED ON HISTORY: Jean Poyer

Daniele Guernelli

Vertiginous quality, pure class and the ability to render colour highly vivid, making illuminated pages sparkle with their own light and enveloping them – if need be – with masterly flashes of night, as is the case in the Taking of Christ in the immensely beautiful Briçonnet Book of Hours at the Teylers Museum in Haarlem (Ms. 78). At the end of the fifteenth century, these talents allowed Jean Poyer to climb to the heights of the art of miniature beyond the Alps, leaving proof of his superb pictorial mastery in a series of astounding illuminated manuscripts. The exact date of Poyer’s birth is unknown but it is probably sometime in first half of the 1440s, if not earlier, as he is already documented as active and independent in 1465. His father can probably be identified as Mathelin (or Maturin) Poyer, he too an artist, to whom, coincidentally, there is a payment documented in 1453 for the preparation of the king’s arms (eight livres and five sols tournois). From then on, the young Poyer must have made his own way in world, and heraldry often seems to have provided him with a source of income. In 1483 he was paid more than 157 livres tournois for painting a total of 1031 coats of arms (!), which were to be attached to an equal number of candlesticks and torches intended for the funeral of Queen Charlotte of Savoy, wife of Louis XI, king of France. In this document, he is cited as a retinue of the court, where he evidently held a position under her majesty the queen. This is demonstrated by the assignment of a good three measures (aunes) of cloth to the artist, items that were highly regarded at the court and clearly reflected his social status (the valets only received two and the highest level of recognition was three and a half). This is also interesting because it makes it possible to remember, if ever necessary, that artists of this time took on a range of tasks and responsibilities that was definitely broader than one normally thinks, in keeping with the interdisciplinarity typical of the fifteenth century. Critics have also suggested that Poyer may have travelled to Italy, which seems to be backed by the stylistic facies of the remarkable Triptych of the Crucifixion in Loches (Musée du Château). In addition to the influence of Italian art and of local tradition, with which the art of Jean Fouquet and Jean Colombe (Alumina, 39, 2012) had reached considerable heights, Poyer was also influenced by Flemish factors. He actually organised a major part of his work around an item that was then a bestseller of Franco-Flemish production: the Book of Hours, such as, for example, the one he made for Mary of England (Lyon, Bibliothéque Municipale, Ms. 1558) dated 1495–1500.

Risultati d’asta: Yates, Thompson and Bright, famiglie di bibliofili

Al giorno d’oggi è raro che le biblioteche di famiglia riservino clamorose sorprese ai cacciatori di libri antichi, siano essi librai antiquari, esperti di case d’asta, amici e conoscenti in grado di fiutare tra gli scaffali la rarità ignorata dagli ultimi proprietari o la trouvaille trascurata dagli eredi del collezionista appena deceduto. Generalmente, le grandi collezioni sono ben note agli specialisti sia nelle loro caratteristiche generali che nelle singole eccellenze, oppure, con una punta di delusione degli aventi diritto, rivelano ben presto a chi intende disfarsene lo scarso acume del congiunto bibliofilo, dotato magari di larghi mezzi ma sprovvisto di adeguato discernimento.

 

Fa notizia quindi il fatto che talvolta capiti ancora di imbattersi in un giacimento inesplorato di tesori librari di alta gamma, accumulati da generazioni di appassionati e preservati gelosamente dai discendenti più o meno dotati di una precisa vocazione alla bibliofilia. È il caso di un raffinato assortimento di testi, per lo più rari, dimenticati o del tutto sconosciuti, scoperto dagli esperti di Christie’s chiamati a catalogare la biblioteca di una grande casa di campagna: un cospicuo patrimonio di manoscritti, album e libri a stampa, ammassato dai primi dell’Ottocento agli anni Quaranta del secolo scorso da tre successive generazioni delle famiglie Bright, Thompson e Yates e immesso in asta il 16 luglio scorso, a Londra, in 375 lotti che nonostante qualche invenduto hanno sfiorato complessivamente i cinque milioni di sterline.

Tra i codici più contesi, il top-price (1 milione e 82mila sterline; stima tra 500 e 800mila) è andato a un superlativo Messale miniato per il patriarca di Aquileia da un artista boemo attivo presso la corte asburgica, mentre per 386mila (stima 150-250mila sterline) passava di mano un esemplare della Storia della prima guerra punica di Leonardo Bruni, nella elegante traduzione francese di Jean Lebègue, e superavano le 200mila sterline un codice delle Satire di Giovenale, stimato tra 70 e 100mila sterline, e una Collectanea rerum memorabilium di Caio Giulio Solino, partito da una valutazione compresa tra le 150 e le 250mila sterline. Molto atteso anche un testo di Catherine d’Amboise, Les continuelles méditations de la volubilité et soudaine mutation des créatures raisonnable, ornato di miniature di scuola francese del primo Cinquecento (Bourges): un’opera di sapida e gradevole fattura che partendo da una base di 40-60mila sterline ha fermato il martelletto del banditore a 86mila sterline.

 

Alumina 47 e i Libri d’Ore

Il Salterio di Ingeborg

di Gianfranco Malafarina (direttore di Alumina)

Quando una donna chiede lumi, è doveroso rispondere in modo preciso ed esauriente. Se poi si tratta di una testa coronata, è ovvio che l’interpellato ce la metterà tutta per fare buona impressione ed esaudire al meglio le richieste dell’augusta committente.

Chissà, forse è proprio per questo che alcuni tra i più sbalorditivi Libri d’Ore della storia della miniatura sono legati alla figura di sovrane, principesse e nobildonne del Medioevo e del Rinascimento in grado evidentemente di valutare il talento di un maestro della miniatura con discernimento spesso maggiore dei rispettivi consorti, impegnati sui campi di battaglia o nelle solite beghe di potere.

Merito del ben noto senso estetico femminile, di una maggiore disponibilità di tempo e di una particolare sensibilità che in quegli anni segnati da acerbi contrasti portavano la donna, presso i ceti più acculturati, a cercare nel libro, non tanto e non solo momenti di futile evasione (che peraltro venivano forniti in abbondanza dai primi “romanzi rosa”), ma soprattutto il conforto, il raccoglimento e l’intimo, muto dialogo spirituale con il Signore e i suoi intercessori consentito da questi squisiti manufatti destinati alla devozione privata.

Un esempio tra i più toccanti di questo singolare rapporto tra una dama di sangue blu e il suo libro di preghiere, è il Salterio di Ingeborg illustrato in questo numero, legato alla figura dell’infelice consorte di Filippo II Augusto, re di Francia. Un codice di strepitosa bellezza, il cui fascino particolare nasce dalle splendide miniature, dalla profusione della foglia d’oro zecchino, dalla ricchezza e varietà del registro cromatico e dalla felice condotta dei contorni e delle cornici, tale da evocare lo sfavillìo misterioso delle vetrate gotiche.

Insomma, un capolavoro assoluto che certo fu di lenimento alle pene della sfortunata sovrana, così come in seguito avverrà per Anna di Bretagna e Claudia di Francia, Maria de’ Medici e Maria Stuarda, Maria di Navarra e Isabella di Castiglia, e tante altre primedonne della storia europea. Il che ci porta anche a ragionare di donne e bibliofilia, un rapporto che – chissà per quali motivi – si è andato sfilacciando nel tempo fino a diventare quasi del tutto evanescente. Ma questa è un’altra storia.

ArteLibro, Festival del Libro e della Storia dell’Arte

LA SCRITTURA SPLENDENTE  Tesori manoscritti dalle biblioteche italiane
Bologna, Sala dello Stabat Mater
Biblioteca dell’Archiginnasio
19-25 settembre 2014

Il tema dell’undicesima edizione di Artelibro ITALIA: TERRA DI TESORI pone con chiarezza l’obiettivo di “riscoprire” le meraviglie artistiche e culturali del nostro Paese, con il preciso intento di valorizzare quanto di bello abbiamo.

A questo proposito, nella cornice del Festival del Libro e della Storia dell’Arte, il 18 settembre alle ore 12.00 aprirà al pubblico una mostra di straordinari capolavori: La scrittura splendente. Tesori manoscritti dalle biblioteche italiane.

La mostra si terrà presso la Sala dello Stabat Mater della Biblioteca dell’Archiginnasio dal 19-25 settembre 2014, e presenterà al pubblico tre manoscritti straordinari per antichità, rarità di testimonianza storica e preziosità assoluta nel campo della scrittura e della miniatura libraria.

Sarà possibile ammirare la Bibbia eseguita tra il 1455 e il 1461 per Borso d’Este, Duca di Ferrara, detta appunto Bibbia di Borso d’Este, “il libro più bello del mondo”, che tra i preziosi codici della Biblioteca Estense Universitaria di Modena brilla di luce propria e si segnala per la stupefacente bellezza delle sue “carte ridenti”, capolavoro assoluto della miniatura italiana del Rinascimento realizzato da grandi nomi, come Taddeo Crivelli e Franco dei Russi, che dipinsero ogni carta del manoscritto nel recto e nel verso, guardando alle nuove regole della prospettiva e creando una eccezionale galleria d’arte rinascimentale, la cui ricchezza non trova paragone in nessuna altra testimonianza artistica coeva.

La Bibbia di Marco Polo, proveniente dalla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, realizzata in Francia nella prima metà del Duecento (1230-1240), usata per la predicazione dai missionari Francescani che nella seconda metà del XIII secolo raggiunsero la Cina.

La Vita Christi di Ludolfo di Sassonia, il più bello tra i codici conservati nella Biblioteca dell’Archiginnasio grazie alle numerosissime, splendide e delicate miniature, databili alla metà del Quattrocento, attribuite a Cristoforo Cortese.

Accanto agli originali un tavolo interattivo multi-touch prodotto da Franco Cosimo Panini Editore, consentirà di sfogliare digitalmente i preziosissimi volumi.

Considerata la straordinarietà dell’evento, Artelibro organizzerà tre conferenze che si terranno sempre alla Sala dello Stabat Mater della Biblioteca dell’Archiginnasio, per permettere al pubblico di conoscere la storia e il valore inestimabile dei manoscritti. Le descrizioni dei codici saranno affidate ad insigni studiosi: il direttore della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII, Alberto Melloni, il Prof. Fabrizio Lollini dell’Università di Bologna e l’ex direttore della Biblioteca Estense Universitaria di Modena, Ernesto Milano.

Programma delle conferenze

Sabato 20 settembre, ore 10.00-11.00
Nel crepuscolo del tardogotico: La Vita Christi di Ludulfo di Sassonia all’Archiginnasio
Relatore: Fabrizio Lollini, Università di Bologna

 

Sabato 20 settembre, ore 15.00-16.00
La leggenda della Bibbia di Marco Polo
Relatore: Alberto Melloni, Direttore Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII

 

Domenica 21 settembre, ore 17.00-18.00
“Bibbia bela” di Borso D’Este, il capolavoro assoluto della miniatura rinascimentale. Vicende storiche ed esegesi artistica
Relatore: Ernesto Milano, già direttore della Biblioteca Estense Universitaria di Modena. Breve introduzione di Paola Di Pietro, che parlerà degli emblemi della Bibbia di Borso d’Este.

 

Un capitolo di storia

 

Articolo di Elena De Laurentiis dal numero 44 di Alumina

La Biblioteca Capitular di Toledo iniziò a formarsi alla fine dell’XI secolo e la sua storia è intimamente legata a quella della Cattedrale toledana e alle vicende politiche, religiose e culturali della città.

Le vicende

Durante il periodo mozarabico (711-1085), compreso fra l’invasione islamica e la riconquista della città, Toledo fu governata da un regime musulmano che concesse alla comunità cristiana – detta mozarabica – libertà di culto, sebbene in maniera molto limitata. La vitalità della chiesa mozarabica toledana è comunque testimoniata dai codici prodotti in questo periodo, che sono copiati in un tipo di scrittura definita nazionale o visigotica, ma che all’epoca si chiamava toledana, in quanto fu creata a Toledo e da lì si diffuse in tutta la Penisola.

Nel 1085, dopo quasi quattro secoli di dominazione araba, Alfonso VI riconquistò Toledo ma mantenne la “mezquita” come luogo di culto islamico. La tradizione vuole che, due anni più tardi, la regina Costanza e l’arcivescovo Bernardo de Sédirac, approfittando dell’assenza del re, occuparono la moschea e la consacrarono come chiesa, imponendo il rito romano in accordo con la regola benedettina. La restaurazione del culto cristiano è testimoniata dai manoscritti liturgici e musicali che, attraverso l’arcivescovo, giunsero a Toledo dal sud della Francia.

Nel corso del XIII secolo la “mezquita-catedral” venne demolita per edificare un nuovo tempio cattolico, secondo i modelli delle grandi cattedrali europee, i cui lavori di costruzione durarono per più di due secoli.

La sede e i fondi

La Biblioteca Capitular si trova all’interno del complesso architettonico della Cattedrale, in un’ampia stanza anticamente affrescata, situata sopra la Sala Capitular estiva, tra il chiostro basso e quello alto, e comunicante attraverso una caratteristica scala. In origine la biblioteca o “Librería del Cabildo” si trovava vicino alla Scuola cattedralizia, tra le cappelle di San Pedro e San Blas. Fu edificata intorno al 1382 dall’arcivescovo Pedro Tenorio (1377-1399) che donò la sua ricca e selezionata biblioteca alla Cattedrale e fece costruire un locale apposito per renderla indipendente dal tesoro del “Sagrario”, dove fino a quel momento venivano riposti i libri.

All’inizio del XVI secolo, su iniziativa del cardinale Jiménez de Cisneros, la biblioteca fu ampliata e decorata con affreschi alle pareti da Juan de Borgoña, mentre il pavimento fu ricoperto da una bella “azulejería” toledana che si è conservata in buone condizioni. Alla fine del XVIII secolo il cardinale Lorenzana decise di restaurare la biblioteca secondo il gusto dell’epoca e quindi fece imbiancare le pareti e ricoprire il tetto con una volta di gesso. Inoltre fece costruire nuovi armadi-libreria per riporre e proteggere i numerosi libri che nel frattempo si erano acquisiti e incorporati al fondo già esistente.

La Biblioteca Capitular di Toledo è costituita da tre grandi fondi: l’Antiguo Fondo Toledano, il Fondo Zelada e il Fondo Lorenzana, per un totale di oltre 2500 manoscritti e 5500 volumi a stampa. A questi tre gruppi che costituiscono il nucleo della biblioteca storica, sono da aggiungere i volumi a stampa dei secoli XIX e XX, incorporati posteriormente e inclusi nel catalogo della biblioteca.

Il fondo manoscritti della Biblioteca Capitular è composto da 2531 opere che sono contenute in 2292 volumi. Tra i codici depositati attualmente nella biblioteca, 750 provengono dall’Antiguo Fondo Toledano, 1515 dalla donazione del cardinale Zelada e 27 corrispondono ai codici della Cappella Sistina donati nel 1798 dal cardinale Lorenzana. A questi andrebbero aggiunti oltre 230 codici che, a seguito del processo di alienazione dei beni ecclesiastici del XIX secolo, furono trasferiti a Madrid e sono tuttora depositati nella Biblioteca Nacional de España.

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