Pubblicità

Le miniature su carta di Francesco Peyrolery

Vittorio Amedeo II di Savoia, nell’ambito di un generale rinnovamento dell’Ateneo, istituì l’Orto botanico della Regia Università di Torino, aperto nel 1722, anche se notizie certe sulla sua attività si hanno solo a partire dal 1729. Presso l’Orto botanico torinese nacque e si sviluppò una eccellente scuola di pittura botanica che diede in seguito vita a quell’opera in 64 volumi che è conosciuta come Iconographia Taurinensis e che consiste in una raccolta di tavole raffiguranti piante, fiori, frutti, disegnate a mano e colorate ad acquerello con un metodo che è stato definito “miniatura sulla carta”. Tra i più importanti artefici di quest’opera, iniziata nel 1752 e terminata nel 1768, spicca il nome di Francesco Peyrolery (Viù, 1710 ca – 1783) che all’epoca aveva ormai assunto la carica di pittore effettivo addetto all’Orto, mansione che esplicherà sotto la guida dei botanici Vitaliano Donati e Carlo Allioni. Il Peyrolery trovò impiego, nel 1732, presso l’Orto botanico dell’Università di Torino inizialmente come aiutante erbolaio. Accanto alle conoscenze che egli acquisì nel riconoscimento dei vegetali, Francesco dimostrò presto una particolare abilità nella rappresentazione naturalistica. La sua indiscussa abilità di pittore e la buona conoscenza delle specie vegetali lo portò così, nel giro di pochi anni, a diventare prima olitore botanico e poi pittore botanico ufficiale dell’Orto universitario.

UN INCARICO UFFICIALE

Nel Settecento l’illustrazione botanica era un mezzo abituale di documentazione per chi si occupava dello studio scientifico delle piante e di medicina, ma solitamente il disegnatore era un collaboratore esterno e come tale veniva retribuito. Il Peyrolery agì invece sempre in ambito istituzionale, affiancando la sua abituale attività nell’Orto botanico a quella di disegnatore ufficiale delle piante botaniche per l’Orto stesso.

L’unica opera firmata del Peyrolery a noi nota e che costituisce uno dei pochi documenti, fra i quali si ricordano alcune tavole inserite nella Flora pedemontana di Carlo Allioni, che testimoniano la sua attività è lo Stirpium Icones ad veram et naturalem magnitudinem delineatae nec non vivis coloribus pictae à Francisco Peyrolery Regy Taurinensis Horti Olitore Botanico 1741. Lo Stirpium Icones, che si può senza ombra di dubbio ritenere come il punto di partenza di quell’opera straordinaria che fu l’Iconographia Taurinensis, si colloca all’epoca in cui il Peyrolery ricopriva la carica di olitore botanico, carica così fieramente attestata sul frontespizio dell’opera. Il termine olitore è un latinismo in quanto la parola latina olitor non è passata alla lingua italiana nella quale si può tradurre, con fatica, in ortolano, ma, con una caratterizzazione ben precisa, ortolano di un Orto botanico.

Fra i primi compiti svolti dal Peyrolery presso l’Orto universitario vi era quello della raccolta delle piante in natura, per incrementare le collezioni dell’Orto, e del loro studio, utile poi per l’insegnamento della scienza medica. Le sue eccellenti doti di disegnatore gli permisero di cimentarsi anche nell’esecuzione di tavole acquerellate realizzate grazie all’attenta osservazione sul campo della vegetazione del territorio.

In un’epoca in cui la riproduzione dal vero avveniva solo tramite l’illustrazione manuale, per rendere pittoricamente più simili alla realtà le sue riproduzioni floreali il Peyrolery rivolse particolare attenzione allo studio dei pigmenti naturali, soprattutto di origine vegetale, mettendo a punto una sua personale tecnica che gli consentì un’alta resa delle tonalità di colore caratteristiche delle diverse parti delle piante. La sua attività fu a tal punto stimata dai suoi contemporanei da fargli meritare, ormai in età avanzata, alcuni riconoscimenti economici da parte dell’Ateneo torinese.

TECNICA RAFFINATA

Nel corso della sua lunga attività Peyrolery raffinò la propria tecnica illustrativa; e l’attenta osservazione naturalistica, che lo contraddistinse fin dall’età giovanile, è spesso testimoniata sia dall’inserimento della pianta oggetto di studio nel paesaggio ad essa pertinente sia da una descrizione puntigliosa delle parti strutturali della pianta. A tale maturazione tecnico-artistica contribuirono gli stretti contatti scientifici che si dovevano essere instaurati tra l’Orto botanico torinese e l’autorevole Jardin des Plantes di Parigi e per conseguenza i rapporti amichevoli che Francesco Peyrolery doveva aver allacciato con i pittori botanici d’oltralpe.

Le singole tavole eseguite nel corso della sua abituale attività furono poi assemblate in un unico volume dando così corpo e anima a un decennio di lavoro serio e meticoloso. Il manoscritto Stirpium Icones, oggi conservato nei fondi della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino (collocazione O.II.294), contiene una raccolta di 144 tavole acquerellate, di cui 143, su carta, sono opera di Francesco Peyrolery mentre l’ultima, su pergamena incorniciata da un bordo dorato e raffigurante la Nicotiana foliis cardioformibus flore patulo, reca la firma di Françoise Madeleine Basseporte (pittrice botanica francese, nel 1743 fu assunta come peintre du Jardin du Roi, sostituendo in tale carica il suo maestro Claude Aubriet). La presenza nel volume di quest’ultima tavola è prova tangibile delle amichevoli relazioni intercorse tra l’Orto botanico torinese e quello parigino.

Il volume (dimensioni in folio 417 × 280 mm; dimensioni dei piatti 423 × 291 mm) presenta una legatura, di produzione torinese, in pelle di vitello su piatti di cartone. Il dorso, a sei nervature, è provvisto di compartimenti impressi con decorazioni floreali in oro; sul tassello, a carattere stampatello, è apposta la dicitura Peyrole Stirpium Icones. Il taglio è colorato di rosso. Le due carte di guardia iniziali e l’unica finale sono di carta bianca dello stesso tipo di quella delle tavole acquerellate. La legatura è deteriorata da sfregamento dovuto all’uso e leggermente imbarcata; perdite di materiale si rilevano sul dorso. Sul frontespizio, squisitamente acquerellato, i caratteri del titolo sembrano ondeggiare nell’aria mossa dalle ali di farfalle che sostengono il velo su cui sono adagiati.

Le tavole, raffiguranti piante, fiori e frutti, sono tutte disegnate e dipinte a mano su fogli di carta di dimensioni diverse ancorati con brachette di prolungamento per rendere la misura uniformemente in folio e rilegati in fascicoli irregolari. La carta utilizzata, di fabbricazione piemontese, è di diversa qualità: fogli di carta di grammatura grossolana si alternano ad altri di carta più raffinata e filigranata alla marca “grappolo d’uva sormontato da corona chiusa”. La diversità delle carte usate si spiega con il fatto che le illustrazioni furono eseguite in momenti diversi e che solo successivamente si decise di riunire la sparsa produzione lavorativa del Peyrolery in un unico volume. La maggior parte delle tavole conserva ancora linee tracciate a matita per la quadratura del disegno sul foglio.

Le carte presentano una doppia numerazione, apposta nel margine superiore destro: a una numerazione a matita se ne affianca un’altra a timbro, che deve risalire alla fine del XIX secolo o al primo decennio del XX. Le carte sono numerate a partire dal frontespizio, che, per la sua bellezza iconografica, al momento dell’inserimento della numerazione progressiva deve essere stato considerato a tutti gli effetti come un’illustrazione facente parte integrante della raccolta. Tra le cc. 132-133 e 137-138 sembra di rilevare segni d’asportazione di due tavole poiché compaiono brachette libere e grossolanamente rifilate da uno strumento a lama. Se effettiva, l’asportazione deve risalire a un periodo antecedente alla numerazione delle carte che è continua.

LE VICENDE DELL’OPERA

L’opera, come si evince dal frontespizio, risale al 1741 e alla stessa epoca, o poco più tardi, si deve il suo ingresso nelle collezioni librarie della Biblioteca del Regio Ateneo di Torino, la quale fin dalle sue origini (1723, per volontà di Vittorio Amedeo II) ricevette in custodia i libri prodotti dai Gabinetti scientifici delle Facoltà. Questo potrebbe dimostrare che l’assemblaggio delle tavole sciolte del Peyrolery in una raccolta rilegata sia stato voluto in modo, se non ufficiale, almeno ufficioso dalla direzione dell’Orto botanico torinese.

Gli evidenti segni di umidità e di antiche muffe che si riscontrano sulle carte di guardia e su molte delle tavole che compongono l’erbario sono dovuti a cause storiche contingenti. Dopo l’incendio del 1904, che colpì in modo devastante la sede storica della Biblioteca in via Po, si decise di costruire un nuovo edificio, ma il progetto, pensato già nel 1907, ebbe una vita travagliata e, per motivi che in questa sede sarebbe troppo lungo spiegare, fu messo in atto soltanto nel 1956. La costruzione della nuova Biblioteca, in piazza Carlo Alberto, si prolungò per oltre un decennio fino alla sua apertura al pubblico nel 1973, a cui seguì l’inaugurazione ufficiale nel 1976. Nell’attesa della nuova sede i vecchi locali di via Po, pur restaurati, non riuscivano più a contenere la suppellettile libraria che dopo le gravi perdite subite ebbe un contraccolpo di crescita positivo, grazie anche alla gara di solidarietà che l’eco dell’incendio provocò in tutto il mondo culturale dell’epoca. Un gran numero di libri trovò quindi collocazione provvisoria in varie succursali. Durante la seconda guerra mondiale il manoscritto del Peyrolery si trovava così dislocato, insieme ad altri libri pertinenti a fondi scientifici, nel deposito-succursale al numero 1 di via Maria Vittoria, angolo via Roma. Il 13 luglio 1943 un’incursione aerea causò un violento spostamento d’aria, provocato dallo scoppio di bombe dirompenti cadute nelle vicinanze, che distrusse le numerose vetrate che davano aria e luce allo scantinato in cui il magazzino aveva sede. Il locale rimase per lungo tempo esposto all’acqua, che penetrava dal marciapiede soprastante, e alla polvere della strada. Le infiltrazioni d’acqua e la permanenza in ambiente malsano purtroppo non risparmiarono neppure l’opera del Peyrolery.

Nel 1973, anno in cui fu aperta al pubblico la nuova e attuale sede della Biblioteca, l’opera del Peyrolery entrò a far parte dei fondi dei magazzini librari generali, mentre da alcuni anni, riscoperta e riconosciuta la sua importante rilevanza culturale, è custodita nel Deposito Manoscritti fra i fondi più preziosi e rari della Biblioteca.

 

Share and Enjoy:
  • Print
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • LinkedIn
  • del.icio.us

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

ABBONATEVI ORA

Categorie