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Guarire col fuoco

Pubblichiamo per intero l’articolo uscito sul numero 41 di Alumina dal titolo “Guarire col fuoco” di Giordana Mariani Canova.

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Guarire col fuoco

di Giordana Mariani Canova

Restaurato grazie al progetto “Salviamo un Codice”, il Ms. Fanzago 2, I, 5, 28 della Biblioteca Medica Vincenzo Pinali di Padova è un trattato medico-chirurgico di singolare interesse, in cui la pratica della cauterizzazione viene esposta in un volgare di sapore venetizzante, mentre l’apparato illustrativo rimanda a una tradizione pittorica di matrice giottesca

 

Sottoposto lo scorso anno a un intervento di restauro nell’ambito del progetto “Salviamo un Codice”, il manoscritto pergamenaceo contenente il Libro delle experience che fa el cauterio del fuocho, conservato nella Biblioteca Medica Vincenzo Pinali Antica dell’Università di Padova (ms. Fanzago 2, I, 5, 28), dove giunse nel 1905 dal collezionismo privato, si può considerare una antica e rara testimonianza della illustre scuola di medicina che fiorì a Padova già a partire dal tardo Medioevo. Ciò non tanto dal punto di vista del testo, che tuttavia è interessante per l’uso del volgare, quanto da quello dell’immagine che con il suo realismo rappresenta una vera novità nell’ambito della letteratura terapeutica medievale, configurandosi come una premessa di quella che sarà l’illustrazione medica moderna.

 

IL CODICE E IL COMMITTENTE

Il codicetto è di medie dimensioni e consta oggi di soli dieci fogli pergamenacei (pp. 66-79) che probabilmente dovevano fare parte di un insieme più ricco e complesso. Sia l’accuratezza della scrittura, accompagnata da eleganti iniziali filigranate e da segni paragrafali, sia la bellezza delle figure, lo indicano come un manoscritto di pregio e non come un semplice strumento di studio. Al recto del primo foglio compare, monumentale e saldamente realistica, la rappresentazione dell’ Homo venarum (p. 66; f. 1r), sul quale non solo è tracciato, benché in maniera del tutto simbolica, il sistema venoso ai fini dell’applicazione della flebotomia, ma sulle cui diverse parti sono anche inscritti i nomi dei segni dello zodiaco che per antica convinzione si ritenevano presiedere a ciascuna di esse. Sul verso dello stesso primo foglio inizia il proemio del trattatello sulla cauterizzazione che occupa, tranne un foglio interpolato dopo il primo, tutto il resto del codicetto. Esso reca l’intitolazione: “Qui cominça el proemio del libro de le esperience che fa el cauterio del fuocho ne corpi umani compilato da…”, cui fanno immediatamente seguito – in diversa grafia, in caratteri ebraici antichi e su rasura – alcune parole in parte illeggibili ma nel cui contesto è possibile decifrare il nome mastro Bartolo Squarcialupi (p. 68; f. 1v). Si apprende così che il testo, al tempo dell’esecuzione del manoscritto, o poco dopo, si conosceva o si voleva fare conoscere come di Bartolomeo Squarcialupi fu Pietro da Piombino, personaggio della cultura universitaria padovana emerso alla conoscenza negli studi di Andrea Gloria e segnalato per la prima volta a Padova come mag. Bartolus Scarzalupo q. ser Petri de Plombino scolaris medicine in un documento del 26 marzo 1389 che ci attesta come già da allora egli stesse apprendendo l’arte medica.

Nell’ipotesi di una sua identificazione con l’autore del “Tractatus”, proposta per la prima volta da Giuseppe Grigoletto cui si deve il primo studio specifico sul manoscritto, si può ritenere che l’opera  sia stata composta presumibilmente non prima del 1399-1400 e certo prima del 1438 e anche il manoscritto dovette essere eseguito nello stesso tempo visto che, come vedremo, l’autore dovette esserne con ogni probabilità il committente. Perché il nome dell’autore sia stato scritto in caratteri ebraici nell’intitolazione non sappiamo. Squarcialupi non era certo ebreo ma è possibile che il manoscritto sia stato in mano di un possessore ebreo che trascrivesse in tal modo il nome di Bartolomeo per occultare la paternità dell’opera, nel tempo della caduta in disgrazia degli Squarcialupi, oppure, al contrario, per sostituire con un celebre nome padovano un nome più oscuro e magari ebraico. Se anche così fosse, come potrebbe suggerire la mancanza di evidenti toscanismi nel volgare, l’opera a mio avviso dovrebbe considerarsi comunque padovana per il carattere patavino dell’illustrazione, di cui diremo, e per il taglio colto del testo, quale si può spiegare in Veneto solo con la frequentazione dello Studio patavino.

MOMENTI DI STORIA DELLA MEDICINA

Il proemio si apre con una citazione del grande commentatore Averroè secondo cui la filosofia sarebbe nata dalla meraviglia di fronte ai fatti della natura: nessuna premessa meglio di questa, che cita Averroè come massimo seguace di Aristotele, potrebbe essere significativa del clima scientifico dello Studio patavino, nel tardo Medioevo caratterizzato da quell’aristotelismo che principalmente il grande medico Pietro d’Abano vi aveva introdotto all’inizio del Trecento. L’autore prosegue il suo proemio (f. 1v) distinguendo nella storia della medicina due momenti: quello della medicina intesa come scienza, iniziato con Ippocrate e Galeno, e quello antecedente che ebbe a protagonisti dei valorosi medici antichi i quali procedettero “non per sciencia de medexina ma per sperimento e per rasone… e quali sono strumenti de ogni perfecta operazione”. Ippocrate e Galeno andrebbero quindi considerati come i sistematori della medicina quale disciplina scientifica, mentre sarebbero stati i medici venuti prima di loro i veri fondatori dell’arte medica, perché operanti sulla base dell’esperienza diretta e del giudizio razionale, intesi come cardini dell’esercizio terapeutico: asserzione che equivale alla difesa di una medicina fondata su quella ragionata attenzione al dato naturale che le opere biologiche di Aristotele, tenute in così gran conto presso lo Studio patavino, prescrivevano. In ciò sembra di poter forse indovinare una sotterranea critica all’accademismo e una difesa dell’esercizio diretto della professione medica al quale in effetti Squarcialupi dovette dedicarsi senza attendere all’insegnamento universitario.

L’autore, implicitamente dichiarandosi committente del manoscritto, spiega poi di volere nel suo trattato dare dimostrazione dei vari usi del cauterio, uno dei principali strumenti della piccola chirurgia medievale, avvalendosi di “vinti figure tra uomini e done”, di cui diciotto poste a illustrare interventi di cauterizzazione suggeriti, per le diverse infermità, appunto dai medici di età preippocratea e due relative rispettivamente a una prescrizione di Ippocrate e una di Galeno. Ed in effetti gli ultimi otto fogli del trattatello, che evidentemente ci è giunto mutilo di quattro immagini, sono occupati, al recto e al verso, da sedici grandi nudi a tutta pagina, quindici maschili e uno femminile, tracciati in punta d’argento e fiancheggiati da una o due figure di cauteri incandescenti, di varia forma e misura. La dichiarazione dell’autore di volersi servire principalmente delle figure per dimostrare i diversi usi del cauterio è importante perché attesta quell’interesse per il corpo umano, considerato nella sua concretezza, che a Padova era stato introdotto nella medicina da Pietro d’Abano e nel linguaggio figurativo da Giotto, attivo agli Scrovegni, e poi dai suoi seguaci.  Al tempo stesso viene dato qui l’avvio a quella tradizione dell’illustrazione anatomica intesa quale eccellente strumento dimostrativo, per cui la scuola di medicina di Padova, come vedremo, tanto si distinse nel Rinascimento. Nel Libro de cauteri a ciascun disegno è comunque sottoposto un breve testo, avviato da una elegante iniziale filigranata, dove si menziona il medico cui spetta la prima introduzione di quell’uso del cauterio che l’immagine documenta e che viene spiegato accuratamente nel suo procedimento. In questo modo testo e immagine si coniugano nella concretezza dell’azione terapeutica perché, come alla fine del proemio dichiara l’autore, “è da tenere che alo sperimento debiamo credere e non negare” (f. 1v).

IL CORREDO ILLUSTRATIVO

La corposa plasticità dei nudi è chiaramente postgiottesca ma il segno costruisce morbidamente la figura, al suo interno animata da delicate sfumature rosate e ocra chiaro che danno luminosa plasticità all’immagine e fanno percepire la tenerezza e il colorito dell’incarnato, nello stesso tempo lasciando ben intravvedere al di sotto tutta la tramatura delle costole e dei muscoli. I volti, finemente ombreggiati e incorniciati da una folta capigliatura bionda e ricciuta, sono affabilmente sensitivi e talora esprimono, benché in maniera molto controllata, la sofferenza della malattia. Le sferette che segnano i punti di cauterizzazione sono dello stesso rosso scarlatto delle punte dei cauteri incandescenti e spiccano sul rosato dell’epidermide con effetto cromatico molto raffinato. In tutte le figure, decisamente realistiche, si osserva una attenzione al corpo umano e alla sua anatomia, intesi come oggetto della medicina, che prelude davvero all’immagine scientifica moderna e che nello stesso tempo può avere idealmente i suoi precedenti nel risalto dato al nudo nei trattati terapeutici della medicina tardoantica e bizantina quali quello ben noto della Biblioteca Laurenziana di Firenze (ms. Plut. 74.7).

Dal punto di vista sia della scrittura sia dell’immagine, il manoscritto è stato considerato nel corso degli studi pregressi, anche da parte di chi scrive, come un prodotto padovano del tardo periodo carrarese e come tale esso viene presentato, in un altro saggio del “Quaderno di restauro che ha accompagnato l’intervento sul codice, sulla base di ben argomentate osservazioni paleografiche e codicologiche. Tale prospettiva, che ricollega il testo agli anni dell’esperienza universitaria di Bartolomeo e allo splendore degli Squarcialupi nell’ambito della signoria carrarese, nonché all’uso del volgare promosso da Francesco II da Carrara, viene pertanto accolta anche in questa sede, nell’ipotesi che il saldo ma ancora compatto realismo plastico del neogiottismo padovano di ultimo Trecento, quale ci appare per esempio nei nudi della Bibbia istoriata padovana (Rovigo, Accademia dei Concordi, ms. 212; Londra, British Library, ms. Add. 15277), possa essere andato assumendo, all’inizio del XV secolo, una nuova tenerezza di segno e un nuovo delicato naturalismo. Ciò probabilmente sulla spinta dei fermenti innovativi recati a Padova sul finire del secolo da miniatori d’avanguardia, come il giovane, ma già geniale, veneziano Cristoforo Cortese e il misterioso Maestro della Novella, ambedue attivi negli anni novanta per qualificati personaggi della vita culturale patavina.

Le malattie per cui nel trattato si consiglia l’uso del cauterio sono le più svariate e riguardanti tutte le parti del corpo. Venendo ad esaminare nel dettaglio le singole figure è curioso come buona parte dei maschi appaia circoncisa, mentre per alcuni il giudizio è più incerto. La traccia dell’intervento mi sembra soprattutto chiara nei nudi ai ff. 6r, 6v, 7r, 7v, 8v (pp. 74-77) ed è cosa sorprendente perché si ritiene che l’uso della circoncisione non fosse nel Medioevo praticato presso i cristiani, ma solo presso gli ebrei e i musulmani. A suo tempo è stato fatto notare come nel Giudizio universale di Giotto agli Scrovegni i dannati siano rappresentati circoncisi deducendone che la circoncisione dovesse essere considerata un fatto negativo nel contesto di un ipotetico antisemitismo presente nella società padovana del primo Trecento. Nel nostro caso non sembra tuttavia che i pazienti siano presentati  come esecrandi e quindi si potrà pensare che l’esercizio della circoncisione non fosse stato abbandonato tanto quanto si crede o che in qualche modo il manoscritto fosse legato alla cultura ebraica come del resto anche il titolo lascia credere. È poi da osservare come nel paziente raffigurato al f. 7r (p. 75), e che nel testo si dice doversi cauterizzare sulla punta del mento, in realtà porti il punto di cauterizzazione segnato erroneamente sulla laringe: qualcuno, nel corso dei secoli, si accorse dello sbaglio e provvide a tentare di cancellare il cattivo segnacolo. Si può notare ancora la particolare bellezza del robusto nudo femminile al f. 4v (p. 73) rappresentato con volto energico, capelli lunghi e sciolti e un seno leggermente più pendente dell’altro come nella realtà spesso accade. Infine va dedicata particolare attenzione alla figura dell’epilettico, rappresentata per ultima al f. 10v (p. 79) e per la quale l’uso del cauterio si dice suggerito da Galeno. Secondo il testo, il paziente doveva essere cauterizzato sia ai due lati del capo, dietro le orecchie, sia al centro sopra la fronte. Egli è quindi rappresentato di profilo e il disegnatore si sofferma a raffigurarlo con le mani legate davanti mediante una corda, probabilmente dando immagine ad uno dei metodi coercitivi adottati dalla terapeutica medievale forse per evitare moti violenti durante le convulsioni.

NOTA BIBLIOGRAFICA

Per una esauriente Bibliografia si rimanda al “Quaderno di restauro” pubblicato in occasione del recente intervento conservativo promosso dalla casa editrice Nova Charta e dalla rivista “Alumina. Pagine miniate” nell’ambito del progetto “Salviamo un Codice” (In corpore sano. Il restauro del codice medicale ms. Fanzago 2, I, 5, 28 della Biblioteca Vincenzo Pinali, Sezione Antica, di Padova, a cura di Giorgio Zanchin, Edizioni Nova Charta, Padova 2012)

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Principali contributi sul codice.

G. Albertotti, Un trattato di cauterii in volgare contenuto in un codice figurato del secolo XIV della Biblioteca Pinali di Padova, in “Atti e memorie della R. Accademia di Scienze, lettere ed Arti di Padova”, XXIV (1907), pp. 212-231; L. MacKinney, Medical Illustrations in Mediaeval Manuscripts, London 1965, p. 140; C. Semenzato, “La medicina nell’arte”, in I secoli d’oro della medicina. 700 anni di scienza medica a Padova, catalogo della mostra (Padova, Palazzo della Ragione 1986) Modena, 1986, pp. 101-106; L. Bonuzzi, L’immagine dell’uomo nella tradizione medica padovana, Ibidem, p. 140; G. Grigoletto, Un manoscritto figurato della scuola medica padovana, Tesi di Laurea, Università di Padova, Facoltà di Magistero, relatore prof. G. Canova Mariani, a.a. 1994-1995; M. Rippa Bonati, “Il Museo Vallisnieri, le collezioni storiche della Facoltà di medicina e la sezione antica della Biblioteca Pinali”, in Università di Padova. I musei, le collezioni scientifiche e le sezioni antiche delle biblioteche, Padova 1996, pp. 18, 26; G. Mariani Canova, “Duodecim celestia signa et septem planete cum suis proprietatibus: L’immagine astrologica nella cultura figurativa e nell’illustrazione libraria a Padova tra Trecento e Quattrocento”, in Il Palazzo della Ragione di Padova. Indagini preliminari per il restauro. Studi e ricerche, a cura di A. M. Spiazzi, Treviso 1998, p. 48; M. Rippa Bonati, M. Rinaldi, in Parole dipinte. La miniatura a Padova dal Medioevo al Settecento, catalogo della mostra (Padova, Rovigo 21 marzo-27 giugno 1999) a cura di G. Baldissin, G. Canova Mariani, F. Toniolo, Modena 1999, pp. 188-189, scheda 68; L. Granata, in I manoscritti medievali di Padova e provincia, a cura di L. Granata, A. Donello, G.M. Florio, A. Mazzon, A.Tomiello, F. Toniolo, con la collaborazione di N. Giovè, G. Mariani Canova, S. Zamponi, Venezia – Firenze, 2002, p.77, cat. 143; G. Mariani Canova, Pietro d’Abano e l’immagine astrologica e scientifica a Padova nel Trecento, in “Medicina nei secoli. Arte e scienza, Giornale di storia della medicina”, N.S., 20 (2008), [Atti del] Convegno internazionale per il 750° anniversario della nascita di Pietro d’Abano, Abano 30 novembre – 1 dicembre 2007, pp. 499-500; G. Mariani Canova, “La miniatura a Padova nel tempo dei Carraresi”, in Padova carrarese [volume di studi pubblicato in occasione della mostra “Guariento e la Padova carrarese”, Padova 16 aprile - 31 luglio 2011], a cura di G. Baldissin Molli et alii, Venezia 2011, p. 71; M. Rinaldi, M. Rippa Bonati, “Scienza e medicina nella Padova del Trecento”, Ibidem , p. 160.

Per la scuola di medicina a Padova nel Trecento.

G. Ongaro, “La medicina nello Studio di Padova e nel Veneto”, in Storia della cultura veneta, 3/ III, Il Trecento, Vicenza 1981, pp. 75-134; Id., “La medicina durante la signoria dei Carraresi”, in Padova carrarese, a cura di O. Longo, Padova 2005, pp. 185-202, 335-340; Rinaldi, Rippa Bonati, “Scienza e medicina” cit., pp. 157-163. Per l’imponente bibliografia su Pietro d’Abano, con particolare riferimento ai numerosissimi studi di Graziella Federici Vescovini, si veda L. Turetta, Bibliografia delle opere a stampa di e su Pietro d’Abano, in “Medicina nei secoli “ cit., pp. 659-726. Si tengano comunque soprattutto presenti E. Paschetto, Pietro d’Abano medico e filosofo, Firenze 1984; G. Federici Vescovini, L’antropologia naturale di Pietro d’Abano, “Paradigmi”, 45 (1997), pp. 524-541; Ead., Pietro d’Abano. Trattati di astronomia, Padova 1992; L. Thorndike, Pietro d’Abano, Whitefish 2005.

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