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Fiamminghi in laguna

(estratto del numero 34)

Il Breviario Grimani

di Andrea Mazzucchi

 

Con le sue 836 carte, le 110 miniature a piena pagina e la ricchissima decorazione, il Breviario Grimani, vanto della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, è l’opera più straordinaria della miniatura fiamminga del Rinascimento e una delle glorie della Serenissima, dove pervenne intorno al 1520 per volere del cardinale Domenico Grimani

 

 

Il codice noto come “Breviario Grimani” è senza dubbio uno dei massimi, se non il massimo capolavoro dell’arte della miniatura fiamminga del Rinascimento, elaborato, tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento (ma studi recenti tendono più alla seconda data), da artisti che continuavano o attuavano la lezione di Van der Goes, Memling, Gerard David, e poi Metsys, Jan Gossaert e altri. È un Breviario, cioè un libro liturgico contenente salmi, inni, preghiere, brani tratti dalle Sacre Scritture e da libri diversi, ordinati secondo le ore del giorno (da cui anche il nome di Libro d’Ore), che andavano letti in determinati momenti della giornata: Mattutino e Lodi (laudes matutinae), Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespro e Compieta, secondo l’antica divisione del giorno e della notte (ore canoniche).

LA COMMITTENZA E LE VICENDE

Di committenza incerta, ma senza dubbio alta (aristocratica o alto-borghese), il manufatto – che mostra notevoli affinità con l’ugualmente famoso e più antico codice delle Très Riches Heures del duca di Berry (oggi al Musée Condé di Chantilly, ms. 65), posseduto da Margherita d’Austria, figlia di Massimiliano I e Governatore dei Paesi Bassi (dal 1507 al 1515, poi ancora dal 1519 al 1530) – viene alla ribalta quando è acquistato intorno al 1520, per ben 500 ducati d’oro, dal cardinale Domenico Grimani (1461-1523): patriarca di Aquileia dal 1498 al 1517, esponente della nobile famiglia veneziana che diede molti dogi alla Serenissima, tra i quali primo il padre Antonio (1434-1523), doge dal 1521 al 1523. La cifra pagata è cospicua, corrispondente all’investimento necessario per armare una galea di stazza media da impiegare nei traffici commerciali, e ne attesta il pregio che se ne faceva già all’atto della prima esibizione. L’acquisto avvenne forse a Venezia o a Roma, certo da Antonio Siciliano, ciambellano del duca di Milano Ercole Massimiliano Sforza (1512-1515) e suo ambasciatore in Fiandra nel 1513/1514. È possibile dunque che, uscendo dall’àmbito della committenza locale, il codice sia stato acquisito per una destinazione lombarda, finito poi nelle mani del cardinale veneziano magari in conseguenza dei rovesci di fortuna della famiglia ducale milanese.

Nel testamento definitivo del cardinale Grimani, redatto a Roma nell’agosto 1523, a séguito di rinuncia del fratello Vincenzo, il Breviario viene lasciato al nipote Marino (1489-1545), successore di Domenico come patriarca di Aquileia (dal 1517 al 1529, poi ancora dal 1535 al 1545, cardinale dal 1527), con il vincolo (“cum hac conditione”) che non potesse essere alienato, e alla sua morte fosse lasciato alla Repubblica di Venezia (“ad Ill[ustrissi]mum Dominium Venetorum”); con rinnovata prescrizione che il cimelio fosse conservato in una sala allestita a memoria di lui e mostrato solo a persone di particolare valore (“pro mea memoria et ad ostendandum personis virtuosis”). Entrato in possesso del nipote Marino, che lo tenne presso la sua residenza romana, il codice subì anche un incameramento papale, insieme ad altri beni di valore del patriarca, ma venne poi recuperato del fratello Giovanni (1500 ca – 1593), a sua volta successore del congiunto nel patriarcato di Aquileia, ciò che gli valse lo speciale privilegio, concesso dalla Repubblica di Venezia, di tenerlo presso di sé vita natural durante. Solo alla morte di quest’ultimo il codice entrò in possesso del governo veneziano, mentre al 23 novembre 1801, come attesta una nota estemporanea dell’illustre bibliotecario Jacopo Morelli, risale la consegna alla Biblioteca Nazionale Marciana, dove il Breviario Grimani è rimasto fino a oggi.

 

IL CODICE

Ricco di ben 836 carte (= 1672 pagine, comprese le guardie), preziosamente rilegato in velluto cremisi e decorato ai piatti con eleganti cornici finemente cesellate che racchiudono cartigli, borchie, fregi e medaglioni raffiguranti il cardinale Domenico Grimani (piatto anteriore) e il doge Antonio Grimani (piatto posteriore), tutti in argento dorato, il Breviario è una testimonianza monumentale e ineguagliabile dello splendore dell’arte fiamminga del Rinascimento e al tempo stesso della magnificenza e della raffinatezza della Serenissima (cui probabilmente si deve la sontuosa legatura che, nella seconda metà del Cinquecento, ha sostituito quella originale “de broccato”).

Caratteristica straordinaria di questo codice, recentemente riprodotto in facsimile dalla Salerno Editrice, è non soltanto il numero e la qualità delle miniature a piena pagina (110), ma la scelta dei temi, estremamente varia e suggestiva, con alternanza di soggetti religiosi e laici, e l’attenzione riservata alle altre pagine: in massima parte decorate con bordure miniate lungo i margini esterni, oppure con decorazioni pittoriche, di diversa estensione e composizione, raffiguranti motivi floreali o vegetali, animalistici o lapidari, specialmente uccelli, insetti, perle e pietre preziose, conchiglie, fregi architettonici, o anche piccole scene dislocate a integrazione di spazi marginali della pagina: sempre di finissima esecuzione e tali da dare un tono di grande raffinatezza a tutto il manufatto; mentre la scrittura, in elegante gotica italiana (piú precisamente definibile come littera textualis, al limite del suo impiego come scrittura libraria) disposta su due colonne, introdotta da iniziali o capilettera ornati di varia grandezza, è chiara e curata, generalmente a sua volta arricchita da elementi decorativi.

Il libro contiene, come già detto, un Breviario, costruito secondo l’uso della Chiesa romana (Breviarium secundum consuetudinem romanae curiae), particolarmente conformato all’Officio francescano approvato nel 1477. Si apre con un’ampia sezione dedicata al Calendario, in cui – partendo dalla carta 1v, e fino alla carta 13r, in una sequenza di 24 pagine – si succedono i dodici mesi dell’anno: con a sinistra un’ampia scena a piena pagina che illustra una situazione rapportabile al mese di riferimento, da gennaio a dicembre, inserita in una raffinata cornice aurea, cui corrisponde a destra un’analoga cornice che accoglie una sintesi degli eventi rilevanti del mese, variamente arricchita da ulteriori elementi figurativi. Le miniature a piena pagina propongono colorite scene di vita rustica e di paesaggi invernali, primaverili, estivi, autunnali, rappresentative di attività quotidiane stagionali, spesso sullo sfondo di turrite città, castelli o chiese: lavori nei campi di contadini o pastori, semina, raccolto, fienagione e mietitura del grano, tosatura delle pecore, vendemmia, oppure banchetti, cortei nuziali, feste campestri, battute di caccia o altri svaghi di esponenti della ricca borghesia fiamminga; cui si aggiungono, nei riquadri della pagina a fronte, preziose rappresentazioni di altri momenti o episodi della vita quotidiana, sovrastate dai segni zodiacali del mese illustrato. Il tutto impreziosito da un impiego esteso, ma sempre sobrio e delicato, dell’oro.

 

 

Al Calendario segue l’Ufficio del tempo (ff. 14v-277v), con una serie di rappresentazioni di scene bibliche ed evangeliche che annunciano l’avvento di Cristo e episodi salienti della sua vita: il popolo d’Israele che invoca Dio perché mandi il messia (f. 14v), Giacobbe che benedice Giuseppe e altre storie di Giuseppe (f. 15r), riprese ancora avanti (f. 192r), in un evidente intreccio fra episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento – il primo in funzione evocativa del secondo –, che recupera poi la regina di Saba (f. 75r), la torre di Babele (f. 206r), ecc.; quindi la Natività, la circoncisione, la crocifissione, la resurrezione, l’ascensione di Cristo (ff. 43v, 67v, 138v, 162v, 191v), con altri episodi della vita di Gesù, dalla epifania (f. 74v) all’ultima cena (f. 219v), ecc. Viene poi un inserto (ff. 275r-285r), cui è dato rilievo dalla scrittura tutta in rosso, distinto dalla formula, in una sontuosa cornice punteggiata di splendidi fiori, insetti, farfalle (f. 278r): “In nomine Domini nostri Iesu Christi et sanctissime Matris eius, amen. Incipiunt quedam rubrice ad informandos pusillos et eliminandos errores qui quotidie fiunt circa divinum officium” (“Nel nome del nostro Signore Gesù Cristo e della santissima Madre sua, cosí sia. Cominciano alcune rubriche per istruzione dei fanciulli, a correzione degli errori che ogni giorno si commettono nell’ufficio divino”).

A questa parte iniziale – il Calendario, interamente riservato a situazioni, momenti, temi della vita laica quotidiana, popolana o altoborghese e nobiliare, mentre immagini sacre sono solo marginalmente richiamate in dettagli delle corniciature delle pagine di destra; l’Ufficio del tempo e le Rubriche – seguono varie sezioni che danno corpo al libro di preghiere, scandito in Salterio e inni (ff. 286v-400r), Comune dei santi (ff. 401r-448r), Ufficio dei defunti e della Vergine (ff. 449v-467v), Proprio dei santi (ff. 468v-831r); a loro volta articolate in varie sottosezioni, generalmente costruite con la medesima tecnica di un’illustrazione a piena pagina sulla sinistra (eccezionalmente sulla destra: per esempio, a f. 496r), che apre la sezione o sottosezione, e i testi a seguire, con frequenti inserti di illustrazioni ancora a piena pagina (raramente contigue: per es. ai ff. 288v-289r, 468v-469r, 627v-628r, 683v-684r, 824r-825v). Si tratta in prevalenza di soggetti sacri, con lunghe sequenze riservate a episodi o cicli di storia biblica, scene cristologiche, rappresentazioni di santi: Adamo ed Eva nel paradiso terrestre (f. 286v), scene di David (ff. 288v, 289r, 310v, 321v, 348v, 357v) ecc.; oppure Cristo esposto al ludibrio del popolo e crocifisso (f. 337v), la presentazione al tempio (f. 514v), l’incontro con il Battista (f. 594r), l’assoluzione dell’adultera (f. 288v), la trasfigurazione (f. 660v), o altrimenti l’annunciazione (f. 530v), la visita della Vergine a santa Elisabetta (f. 610v), la morte e l’incoronazione della Vergine (ff. 683v-684r); o ancora i dodici apostoli (f. 401r), la corte celeste e il trionfo dei beati (ff. 468v-469r), il martirio di san Valentino (f. 407v) e quello di santa Caterina (f. 825r), le stimmate di san Francesco (f. 756v) ecc.

 

LA DECORAZIONE

Tratto comune di tutte queste figure è il forte naturalismo, l’evidente sforzo dei vari miniatori di dare una rappresentazione estremamente realistica della scena raffigurata, attenta al particolare, alla gestualità e alla caratterizzazione espressiva dei personaggi, alla prospettiva, non rinunciando per altro in molti casi alla costruzione anche spazialmente complessa, estesa alle corniciature monocrome che spesso circoscrivono la figura, grande o piccola che sia. Elaborato probabilmente tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, in un arco di tempo che può estendersi da un massimo di un trentennio (fra il penultimo decennio del XV secolo e il secondo del XVI) a un minimo di un solo decennio, o anche meno (a cavallo tra i due secoli, o nei primi anni del XVI), il codice è senza dubbio il prodotto di un lavoro di équipe, che avrà visto la partecipazione di artisti tra i massimi degli ambienti pittorici gantobruggesi, non senza l’aiuto di assistenti, sempre di grande esperienza e di mano felice, per i dettagli e le finiture ornamentali.

Troppo lussuoso e monumentale perché possa pensarsi a un oggetto di produzione corrente, certo esso risponde a una precisa committenza, rimasta tuttavia sconosciuta. L’ipotesi che dietro di essa possa esserci Margherita d’Austria, donna coltissima e grande collezionista di preziosi codici miniati, tra i quali il ricordato Très Riches Heures già appartenuto al duca di Berry, non ha trovato finora convincente documentazione, ma il fatto che siano stati rilevati sicuri punti di contatto tra alcune scene di quest’ultimo codice, databile ai primi del Quattrocento, e altre del “Grimani”, lascia aperta almeno l’ipotesi che il Très Riches Heures sia stato tenuto presente – forse offerto e assunto come modello – dagli artisti impegnati nella elaborazione del Breviario finito poi a Venezia. E tuttavia, senza nulla togliere alla raffinatezza compositiva ed espressiva dell’Heures, è stato osservato come la costruzione delle scene del “Grimani” – di vari decenni posteriore – abbia, oltre che una maggiore attenzione al mondo popolare e alto-borghese, un’altra forza rappresentativa, un’altra spazialità, che segna il progresso della pittura fiamminga nei circa tre quarti di secolo che separano i due manoscritti.

Caratteristiche non dissimili si colgono nelle grandi composizioni e nei più o meno circoscritti riquadri figurativi che si succedono in tutta la piú consistente parte del codice riservata ai temi biblici e religiosi: nei quali è stata rilevata una costante attenzione dei miniatori ai particolari della scena rappresentata, in uno sforzo di realismo, di fedeltà oggettiva al “modello” naturale – nella descrizione dei dettagli del paesaggio, degli ambienti urbani o domestici, dei costumi dei personaggi, oppure degli oggetti raffigurati, nei fregi decorativi –, cui un intenso, vibrante cromatismo, un ricercato studio degli effetti di luce, un senso del movimento, quando non si tratti di immagini sacrali, volutamente statiche, conferiscono una straordinaria forza rappresentativa di una realtà viva, che distingue particolarmente le tavole del Breviario Grimani da quelle di altri manoscritti anche pregiatissimi della stessa epoca e di provenienza analoga. Ma certo nel Breviario Grimani il quadro dei rapporti con la produzione artistica e particolarmente libraria coeva è molto più complesso.

Malgrado l’esistenza di una discreta bibliografia storico-critica sul nostro codice, infatti, poco si sa sugli autori delle miniature e sulle scuole pittoriche che hanno partecipato alla sua decorazione. La critica sembra abbastanza univoca nel ritenere che le tavole del Calendario, almeno i nuclei figurativi delle grandi tavole nella pagina di sinistra, siano dovute a una sola mano, diversa – al di là della generale sintonia di cui si è detto – da quella delle figurazioni delle sezioni religiose, nella quale si è vista una forte influenza della lezione di Hugo van der Goes (Gand, 1435 – Auderghem, 1482 ca), con risonanze della scuola di Bruges, di Memling, di Gerard David (Ouderwater, 1460 ca – Bruges, 1523). Almeno due personalità distinte sono state poi individuate nel restante corredo iconografico del codice, una delle quali potrebbe essere il già citato Horenbout, l’altra collegata ai nomi di Giusto di Gand (attivo a Urbino nel 1475), di Quentin Metsys (Lovanio, 1466 – Anversa, 1530) e Joos van Cleve il Vecchio (Anversa, 1485 ca – ivi, 1541), che in qualche modo mediavano negli ambienti fiamminghi l’esperienza dell’arte italiana del Rinascimento; non senza qualche evocazione del nome di Hieronymus Bosch (Hertogenbosch, 1450 – ivi, 1516). Si è ipotizzato anche il nome di Alexander Bening (morto a Gand nel 1519) e quello di suo figlio Simon (Gand, 1483 ca – Bruges, 1561). Ma sono indicazioni che è difficile, allo stato attuale della ricerca, mettere meglio a fuoco e collegare in modo certo a singole parti del codice. Del quale resta comunque da ricostruire la complessa elaborazione ed esecuzione del progetto editoriale: che certo ha coinvolto molte energie, con le sue 1580 pagine miniate, costruite con un rigore e una continuità elocutiva e stilistica ancora in attesa di interpretazione, premessa inderogabile per una definizione attendibile del quadro storico, nel suo complesso e nei particolari.

 

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Breviario Grimani
Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Ms. Lat. I 99 = 2138
Membranaceo, di 1 + 835 fogli di 280 × 215 mm (numerati fino a 831 + 2 ff. n.n.; ma 725 è ripetuto e 823 duplicato con un 823bis), il codice è costituito da 100 fascicoli (quasi tutti quaterni, eccezionalmente compositi, con ternioni o duerni); in rari casi con asportazione all’origine di singoli fogli, spesso con aggiunta di altri fogli – generalmente in pergamena piú pesante, sempre miniati, quasi sempre al verso –, inseriti nel fascicolo, in qualsiasi punto, mediante “brachetta”. Numerazione antica dei fogli, in cifre arabe scritte a penna, in alto a destra, a partire da 16. Scrittura su due colonne in littera textualis italiana in inchiostro nero, con rubricazioni in rosso, eccezionalmente in altri colori, e linee o brani in modulo più piccolo, in cui la littera textualis appare anche semplificata. Ogni scansione interna al testo è distinta da iniziali in oro su fondo in colore di varia grandezza, anche all’interno del rigo. Gli inizi di sezione o di sottosezione sono segnati da grandi capilettera con preziosi fregi e dorature. Tutte le pagine, quando non siano bianche, in fine di sezione, esibiscono ricche decorazioni miniate; 110 sono le composizioni a piena pagina, generalmente incorniciate, spes­so con piú o meno ampie cornici variamente ornate. Non sono visibili rinvii fascicolari.
La legatura, eseguita probabilmente a Venezia nel secondo Cinquecento – forse utilizzando elementi preparati in precedenza, forse in sostituzione di quella originale, in panno “broccato” –, è realizzata con costola a sette nervi e capitelli, in assi di legno coperte di velluto cremisi (parte in cotone, parte in seta), rifinita con taglio dei fogli in oro punzonato a losanghe e piccoli fregi al centro. Sui piatti, di 298 × 223 mm circa, sono applicati ricchi fregi in argento dorato: all’interno di ampie cornici – uguali sui due piatti –, decorate con motivi floreali e figure emblematiche, sono grandi medaglie del card. Domenico Grimani sul piatto anteriore, del doge Antonio Grimani sull’altro, sormontate entrambe da cartigli recanti scritte commemorative, con borchie ai quattro angoli e stemmi al piede. Il cartiglio del piatto anteriore reca la scritta: “dominici card. | grimani ob sin|gularem erga | patriam pietatem | munus ex test. | patriae relictum” (“Dono del card. Domenico Grimani, lasciato per testamento alla patria, mosso da particolare amore verso di essa”); il cartiglio dell’altro piatto reca: “quod munus an|tonius princeps | et pater cum ad | superos esset | revocatus | approbavit” (“Il quale dono approvò Antonio, principe e padre, richiamato al cielo”; la scritta si spiega forse con il fatto che il doge Antonio Grimani premorí, il 7 maggio 1523, al figlio card. Domenico, mancato il 27 agosto dello stesso anno).
Il volume, che misura, chiuso, 135 mm di spessore, prevedeva il serraggio per mezzo di due cinghiette di cuoio (forse settecentesche), fissate al margine esterno dei piatti, con meccanismo di chiusura a scatto. Oggi il piatto superiore è staccato e conservato separatamente, in apposito cassettino di un cofanetto di legno e pelle realizzato nel 2004; il dorso è consunto.

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