Il bel martirio

Fino al 2 marzo 2014 al J. Paul Getty Museum di Los Angeles si svolge la mostra:

Miracles and Martyrs: Saint in the Middle Ages

Scuoiati vivi. Rosolati a fuoco lento su una graticola. Mutilati dei loro organi più vitali o trafitti da un nugolo di frecce. I santi del martirologio cristiano forniscono la riprova che anche nel campo dell’abiezione e della crudeltà, settore in cui il genere umano ha sempre sfoggiato doti di fantasia e creatività degni di miglior causa, l’evoluzione della civiltà occidentale ha seguito di pari passo, dai primi secoli dell’era cristiana fin quasi ai nostri giorni, un processo di specializzazione e individuazione quasi “ad personam” che solo gli stermini e i genocidi del “secolo breve” hanno riportato, si spera per l’ultima volta, a una dimensione di massa tanto feroce quanto indiscriminata. Certo, i primi martiri cristiani venivano crocifissi senza tanti complimenti, e per uno Stefano passato al Leggendario per una banale sassaiola, innumerevoli altri fini- vano tra le belve dell’arena nel più completo anonimato, senza balzare agli onori della cronaca. Ma poi, messa a fuoco la valenza edificante e paradigmatica del martirio quale sublime professione di fede, spinta fino al sacrificio di sé medesimi, la Chiesa dei primi secoli non ha esitato a canonizzare una folta compagine di martiri, quadri intermedi di quella “mistica del corpo” che attraverso le più svariate sevizie all’uopo predisposte dai persecutori, evocava in chiave più accessibile, familiare e quasi domestica il sacrificio del Salvatore immolatosi sulla Croce per la redenzione del genere umano. Tutto uno splendore dei supplizi, dunque, una sagra della ferocia e del sadismo che ben oltre i secoli d’oro dell’efferata pratica continuò a sollecitare la fantasia degli artisti fin dentro al Medioevo e al Rinascimento, per estinguersi infine gloriosamente nel trucido Grand Guignol vetero e neotestamentario di certa pittura controriformata e barocca dichiaratamente “splatter”.

Nella vasta casistica di strumenti, torture, modalità e circostanze del martirio, del resto, gli artisti potevano pescare spunti e motivi in abbondanza per stuzzicare non solo la loro ispirazione ma anche la curiosità devota, e magari un tantino morbosa, di schiere di fedeli assetati di exempla cui conformare la loro tribolata esistenza. Di questo aspetto del culto dei santi, tramandato dalla miniatura in innumerevoli “figurine” di accattivante fattura, si occupa tra l’altro una bella mostra allestita in questi mesi al Getty Museum di Los Angeles, dove accanto alla capacità di far miracoli (altra apprezzata competenza di questi prezio- si intercessori), sfila per le cure di Elizabeth Morrison, attraverso i fogli della prestigiosa istituzione californiana, un campionario “in miniatura” di raffinate sevizie aventi per oggetto le proprieta corporali più specifiche della vittima designata. Il seno delle fanciulle, per esempio, emblema di una venustà resa intangibile dalla consacrazione a Dio. Il corpo atletico e palestrato di Sebastiano. O la scatola cranica di Pietro Martire, spaccata in due come un’anguria da un’enorme accetta, ma da cui ancora erompe e fluisce ininterrotta una facondia capace di convertire alla parola del Messia il più ostinato e recalcitrante degli eretici.

Contraltare di questa raffinata hit-parade della malvagità e della nequizia, risulta peraltro al Getty, nella rassegna in corso, la singolare disponibilità di molti dei succitati martiri a risolvere alla spiccia, sia in vita che post mortem, molte delle più fastidiose afflizioni dell’umana esistenza, sanando ulcere e piaghe, rad- drizzando storpi e sciancati, restituendo favella e intelletto a mutoli e stolidi, maritando fanciulle già rassegnate al nubilato, insomma di tutto e di più pur di ingraziarsi una folla di fedeli che in tal modo, tra le infinite ambasce di quei secoli bui, sapevano all’occorrenza di poter contare sulla benevola intercessione del classico “santo in paradiso”. Semplici, toccanti manifestazioni di una fede candida e ingenua, che ancora oggi, in pieno disincanto da secolarizzazione, corrobora e sostiene, con il possente, salvifico messaggio della speranza, uomini e donne lasciati dal destino in balia del dolore.

 

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